Log in

La lotta quotidiana contro la povertà

"Impossibile fare tutto quello di cui ci sarebbe bisogno. Ma anche se posso risolvere poco non ho mai pensato di mollare". Da 27 anni nella Caritas torinese, dal 2000 direttore su richiesta del cardinale Poletto, più volte riconfermato, Pierluigi Dovis combatte ogni giorno una battaglia contro la povertà, nemico difficile da sconfiggere perché si presenta sempre con facce diverse. Cinquantaquattro anni, non sposato ("la moglie mi avrebbe già lasciato, sono troppo impegnato fuori casa"), ha dovuto anche far fronte a minacce alla propria incolumità. "Questo è un servizio che assorbe profondamente, imposta la tua esistenza quotidiana. Ma aiuta anche a capire quali sono le cose più importanti della vita". La sera, quando torna a casa, Pierluigi Dovis si porta tutte le preoccupazioni della giornata. "Sento lo stomaco al posto del cuore".

Ma tutto questo "vale la fatica". Lui che da giovane sognava di fare lo steward sugli aerei, se tornasse indietro, confessa, "farei quello che il cuore comanda". E che cosa comanda il cuore? "Vale la pena seguire le ispirazioni che il Signore ti manda. Mi fiderei di nuovo di colui di cui mi sono già fidato all'inizio".

Laurea in filosofia all'Università Pontificia di Roma, esperienze all'estero con minori a rischio sociale, obiettore di coscienza con il servizio civile svolto nella Caritas di Torino – "dove non avevo mai pensato di entrare" - Pierluigi Dovis si avvicina così al mondo della marginalità e terminato il periodo l'allora direttore gli chiede di rimanere in segreteria. Vicedirettore, poi direttore, unico laico in un posto direzionale nella Curia di Torino. Per cinque anni responsabile regionale del consiglio nazionale Caritas, eletto come membro di presidenza, una specie di consiglio di amministrazione. Presidente delle associazioni 'Insieme per accogliere', 'Il bello del carcere' e della Fondazione Feyles.

Un curriculum che ne fa uno dei massimi conoscitori del disagio e della marginalità torinese, che in particolare negli anni della crisi sono figli di un'unica madre, la povertà. E la fotografia che scaturisce dalla sua esperienza è cruda e drammatica.

"Negli ultimi due anni – dice Dovis – non ho notato un incremento del numero di persone che si sono rivolte ai centri Caritas, e questo è un segno che il fenomeno purtroppo si è stabilizzato". Non è nemmeno peggiorato, verrebbe da dire, ma non è così. "Ho notato però una crescita qualitativa delle persone che si rivolgono a noi, e sono quelle messe peggio". Sono i nuovi poveri, la povertà grigia, come la chiama lui. "Sono quelli che ci preoccupano di più, scivolano velocemente da una situazione di appena povertà alla necessità propria della fascia più debole: mangiare". Nei primi anni della crisi ai centri Caritas arrivavano richieste di lavoro e di aiuti per mantenere la casa. "Oggi ci chiedono cibo. Negli ultimi quattro anni chi è caduto in povertà non è riuscito a risollevarsi".

Il sistema informativo dei 17 centri Caritas di Piemonte e Valle d'Aosta evidenzia un dato interessante: negli ultimi tre anni è aumentato il numero degli italiani caduti in povertà, che oggi sono il 49% contro il 51% degli stranieri. A Torino i dati erano già questi, in tutto il resto del territorio no. Aumentano gli italiani poveri e quelli senza fissa dimora. "Una vulnerabilità dovuta non più soltanto dal territorio di provenienza ma da fattori che possono colpire trasversalmente".

La nuova povertà colpisce sempre più spesso giovani e minori. La Caritas lo desume dalle richieste di aiuti per le spese mediche per i figli. "Nelle famiglie senza più reddito le cure dentistiche vengono mollate a metà, ci sono richieste di aiuti per interventi medici e compaiono anche forme collegate al disagio alimentare, come la malnutrizione".

Cresce anche il numero dei neet – giovani che non studiano, non lavorano e nemmeno lo cercano il lavoro – in famiglie italiane in difficoltà economiche. "Alla povertà si associa l'inattività dei giovani".

Anche gli anziani, storico baluardo contro la crisi, stanno vivendo situazioni problematiche in questo periodo di coda della congiuntura sfavorevole: chi vive con pensioni minime non riesce più a far fronte alle spese impreviste. "Ma in questo momento la povertà minorile è più grave di quella degli anziani".

La nuova povertà è figlia della crisi economica degli ultimi nove anni ma non solo, ci sono delle concause. "L'incapacità di risparmiare e di gestire le risorse familiari, anche da parte di persone laureate – spiega Dovis – la sovraesposizione debitoria sempre più ricorrente per spese non sempre necessarie, come quelle per le vacanze, la propensione al gioco d'azzardo, compulsivo e patologico, cresciuto attraverso il web, la disgregazione del nucleo familiare: nelle difficoltà le famiglie non si compattano più, e i figli ne fanno le spese".

In questa situazione come si comportano le nostre istituzioni?

"Le istituzioni pubbliche e private hanno una lunga tradizione nell'assistenza e una buona organizzazione, ma sono strutturate per risolvere problemi compartimentati. In un periodo di crisi come l'attuale queste strutture sono difficili da utilizzare".

Non sono riuscite ad adeguarsi ai tempi, è questo che vuole dire?

"E' iniziato un percorso di ridefinizione degli strumenti necessari per affrontare le nuove povertà, si sono fatti passi avanti ma non è ancora sufficiente. E' difficile ridefinire una vision del sistema città, creare un'agorà del sociale".

La politica e il volontariato non bastano più?

"Per la politica il disagio sociale non è centrale rispetto allo sviluppo del territorio. Nel mondo del volontariato ci sono resistenze al cambiamento, a causa della paura che la crisi ha lasciato nei poveri e in chi li serve. L'età media dei volontari di carità a Torino è di 72 anni, più alta di quella del clero, 68". La conseguenza è che "i carichi assistenziali sono enormi, non saremo più in grado di farvi fronte".

In questo quadro preoccupante, qual è il ruolo della Caritas?

"La Caritas ha un compito non tanto di fornire assistenza, ma di animare le comunita ecclesiastiche perché si attivino a compiere il dovere di fraternità".

Tuttavia le nuove emergenze sociali l'hanno indotta a interventi concreti.

"La Caritas torinese ha raccolto il grido dei poveri che chiedono interventi che le singole organizzazioni non riescono a mettere in campo e stimola le strutture pubbliche per dare un segnale ai poveri che la chiesa li vuole mettere al centro".

Ma negli ultimi anni si è fatto di più.

"In tre anni abbiamo sistemato 600 famiglie colpite da sfratto esecutivo per morosità incolpevole, situazioni che danno diritto a una casa popolare ma per cui occorre del tempo. E' stato un progetto molto impegnativo".

Cos'altro?

"Abbiamo attivato un progetto dedicato ai padri separati caduti in povertà, consentendo loro di fare il papà in una casa, nei giorni in cui hanno il diritto di vedere i figli".

La casa è sempre il problema maggiore.

"Abbiamo pensato ai senza dimora, creando due laboratori per alleviare il problema dell'aggregazione diurna: si svolgono attività di espressione, come la cura di una pagina sul giornale della Caritas, una volta al mese, e attività manuali come falegnameria, serigrafia e fotografia. Per quelli malati abbiamo realizzato un luogo di ospitalità diurna, dove possano fare convalescenza e intessere relazioni sociali".

Infine c'è un tentativo di favorire un reinserimento sociale per chi è caduto in povertà.

"Favoriamo l'inserimento lavorativo con tirocini in aziende pubbliche e private: il lavoro dà dignità e la possibilità di riuscire a mantenersi".

Fotografie di Claudia Calci