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Chiara Arbau: gli animali sono la sua famiglia

Non sono molte le persone che fanno un lavoro che a loro piace. Ancora meno quelle che da adulte hanno realizzato il sogno infantile. Una di queste la potete incontrare, se volete, nel canile-gattile di Moncalieri, corso Savona 140. Se andate senza preavviso avete un'alta percentuale di possibilità di trovarla, sabato e domenica compresi. E' sempre lì. Quasi sempre. Perché il canile è suo, perché il lavoro le piace, perché ha un forte senso del dovere, perché cani, gatti e probabilmente anche altri animali le piacciono più di uomini e donne.

Chiara Arbau ha 30 anni e già una vita intensa alle spalle, fatta di scelte a volte non facili e di momenti felici, di rapporti fedeli e altri problematici, di amore e rancore. Anche.

Racconta di aver avuto un'infanzia stupenda, che "auguro a tutti i bambini del mondo", nel quartiere di Santa Rita, a Torino. "A 6 anni decisi che avrei fatto il medico. Dopo il liceo scientifico al Galileo Ferraris feci i test di ingresso sia a Medicina sia a Veterinaria. Li superai entrambi e scelsi Veterinaria. Non mi sono mai pentita di questa scelta, la rifarei ancora, è un ottimo lavoro il mio, anche se spesso sono occupata per dodici, quattordici ore al giorno". Oltre a gestire il canile – parte veterinaria – e il gattile Chiara lavora in una clinica di Alpignano. Ammette che sono due situazioni molto diverse. "E' più difficile lavorare al canile, la gente ha la pretesa di avere un animale sano e quando capitano cose spiacevoli ha bisogno di dare la colpa a qualcuno. In clinica il rapporto è più distaccato".

La scelta del canile appartiene anche alle ragioni del cuore. "Lo gestiva mio padre, che nel 2009 è morto di leucemia. Rilevarlo mi è sembrata una cosa doverosa". Aveva 24 anni allora Chiara, si sarebbe laureata soltanto tre anni dopo. Sapeva poco del lavoro che l'attendeva, anche perché il padre in casa non ne parlava mai. Voleva a tal punto uno stacco fra lavoro e vita privata, il padre, che non ha mai tenuto cani in casa. "Morto lui mi sono trovata a gestire cose lontane da me, come la burocrazia, la contrattualistica, i rapporti con gli enti locali, questioni fiscali. I primi sei mesi sono stati molto difficili, ne sono uscita anche con l'aiuto di Cristina, che lavorava già con mio padre ed è diventata mia socia".

Il Comune di Moncalieri è convenzionato con il canile di corso Savona per la gestione della parte sanitaria. Insomma, paga per la cura dei cani che non hanno padrone, come prevede la legge. Non così invece per i gatti di strada, di cui si occupa Chiara per cure, sterilizzazioni, degenze, affidi. A proprie spese. Insomma la struttura si autogestisce e in qualche modo si pagano due stipendi e l'impegno di Chiara e Cristina. Una mano la danno le offerte della gente, importante anche l'aiuto dei volontari, 365 giorni l'anno, al 90 per cento donne. "Si impegnano molto, ma nessuna è compatibile con me", dice Chiara, ammettendo di avere un rapporto preferenziale con gli animali. "Non ho una grossa stima degli umani, soprattutto le donne. Mai incontrata una da stimare. Gli animali sono molto più riconoscenti".

Va sempre di fretta e sul futuro ha le idee chiare: "Tra qualche anno aprirò un mio studio, all'interno della struttura del canile, e vorrei anche un figlio. Oggi lavoro tanto, lo faccio perché mi piace, ma non è detto che sarà sempre così. C'è un tempo per tutte le cose".

E' difficile immaginarla in una vita privata eppure ce l'ha. Ha una casa, anche se ci sta poco, vive con un compagno, tre cani e un gatto. "Esco presto la mattina, torna tardi la sera. Non so cucinare e non lo faccio, di solito ci pensa il mio ragazzo. Non mi piace stare a casa, quando lo faccio, una domenica al mese, il lavoro mi manca". Si direbbe una vita di sacrifici e rinunce, ma per lei non è così. "Non mi pesa lavorare, anzi mi piace. Non guadagno molto ma mi basta per vivere".

Con la famiglia i rapporti sono stati, e sono, contrastanti. Chiara adorava il padre, che definisce "uomo stupendo". La madre "è diversa da me, una donna debole, maestra, è stata una brava mamma, ha cresciuto tre figli. E' migliorata dopo la morte di papà. Non ha avuto un'infanzia facilissima. Io non voglio essere come lei". La sorella è generosa, il fratello lavorava nel canile, dopo la morte del padre, ma è durato poco. "Non ce la faceva e se n'è andato. Ha fatto scelte sbagliate che hanno guastato i nostri rapporti. Poi è stato vittima di un incidente, in Inghiterra. Si è fatto male seriamente, quando è rientrato a Torino l'ho aiutato, materialmente e psicologicamente. Ma gli porto rancore, e questo è brutto".

Il lavoro, gli animali, il compagno. Chiara dice di essere molto felice. E poi ci sono gli amici, per cui riesce a trovare qualche spazio. "Ho molti amici, tanti di vecchia data. Alcuni li conosco da quando avevo 5 anni, con molti abbiamo trascorso estati felici da adolescenti a Bergamasco, nell'Alessandrino. Il mio compagno l'ho conosciuto a 11 anni. Sono poche le persone di cui mi fido". Devono essere davvero amici, per accontentarsi di vederla con il contagocce. "Hanno tanta pazienza con me, si adattano ai miei orari. Ci vediamo quando posso io".

Basta una conoscenza superificiale di Chiara per accorgersi che è una donna generosa. "Lo sono sempre stata, come mio padre, come mia sorella". Un anno e mezzo fa il suo altruismo l'ha portata a un gesto importante, difficile, doloroso. "Ho donato il midollo osseo a un ragazzino americano, di cui non so nulla tranne che è ancora vivo. Ero nella banca dati delle Molinette dai tempi della malattia di mio padre, mi hanno contattata e chiesto la disponibilità. Ho accettato e mi hanno sottoposta a una serie infinita di analisi ed esami. Tutto risultava a posto, unico problema poteva essere il mio peso: 49 kg. Sono riuscita a produrre una serie notevole di cellule staminali. Ricordo un malessere fisico mostruoso. Ma lo rifarei domani".