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Bicerin Vincenzi, il gusto di Torino

In evidenza Bicerin Vincenzi, il gusto di Torino

All'inizio era il Bicerin e oggi è ancora il Bicerin. Sono passati più di 200 anni da quando nei migliori bar di Torino – Florio, Diley, Nazionale, Torino, San Carlo – si beveva questo liquore che era una miscela di cioccolato, caffè, crema di latte e poco alcol. Piaceva a Cavour, Alexandre Dumas e tanti altri, torinesi e non, frequentatori dei locali più esclusivi della città. Poi vennero i problemi con il caffè e il cacao, troppo cari da importare dai paesi di origine, e la scelta di utilizzare le piemontesissime nocciole, con cui 'allungare' il cioccolato. Gianduiotto docet. Ma il Bicerin, nel tradizionale bicchierino di vetro con manici di ferro, attraversò tutto il secolo (l'800) senza perdere appeal.

Poi venne Ferdinando Vincenzi, torinese intraprendente e coraggioso, che nel 1930 aprì in borgo San Paolo, esattamente in via Cesana, la sua azienda per la produzione del Bicerin, secondo la ricetta ripresa da un vecchio libro di formule dei primi anni dell'Ottocento che è conservato ancora oggi dalla famiglia. Gelosamente, segreto compreso. Così, pur avendoci provato, mai nessuno è riuscito a copiarla.

La storia della Vincenzi è una storia di famiglia, di quelle che ci piacciono, insomma. Ferdinando morì giovane con due figli adolescenti, Vittorio e Renato, 18 e 13 anni, che però presero in mano l'azienda e proseguirono nel solco del genitore. Nel 1990 il testimone è passato alla terza generazione, Dario Vincenzi, che ha acquisito le quote del padre e dello zio. Dario è tuttora attivo in azienda ma la quarta generazione ha impresso una svolta decisiva nello sviluppo del brand: sono i fratelli Andrea e Luca, figli di Dario, 42 e 40 anni. Il primo si occupa degli acquisti e dell'estero, il secondo dell'Italia. Ma in un'azienda piccola, come ammette Andrea Vincenzi, bisogna occuparsi un po' di tutto.

In questi 86 anni di storia l'azienda ha vissuto qualche trasloco. La storica sede di via Cesana è stata abbandonata all'inizio degli anni '90 e la produzione si è spostata a San Gillio, nel 1999 la decisione di spostare la sede a Pecetto e affittare la produzione dalla Torino Distillati di Moncalieri, dove sono stati portati macchinari e vasche. "Fanno ormai quasi tutti così – spiega Andrea Vincenzi – piccole aziende e multinazionali".

La Vincenzi è nata producendo liquori e sciroppi, tra i primi la produzione classica del Marsala, normale e all'uovo. Poi venne l'idea di riprodurre il Bicerin, dopo aver recuperato l'antica ricetta. Un prodotto a cui non credevano nemmeno tanto gli stessi Vincenzi, cioè non pensavano potesse diventare il vero brand. E invece, come spesso capita nella vita, le cose accadono perché devono accadere, un po' il caso, un po' la fortuna, molto lavoro, dedizione, sacrifici, passione. Cuore, cervello, muscoli. Oggi il Bicerin è il liquore cremoso più venduto al mondo dopo il Bayleys: certo i numeri non sono paragonabili – 250.000 bottiglie l'anno contro 3.000.000 – ma Davide non ha paura di Golia, non è nella sua mission fargli concorrenza.

Perché ha tanto successo il Bicerin? Perché ha poco alcol, niente caffè ma nocciole, niente latte e niente glutine ma una crema vegetale che è il segreto della ricetta. Una crema-liquore non impegnativa che lascia in bocca il sapore di Torino. In Italia la sua diffusione è capillare, al nord lo si trova ovunque, bar, supermercati, al sud soltanto in alcune grosse catene come Carrefour e Auchan.

Se il Bicerin è il brand di casa Vincenzi, la produzione negli anni si è molto diversificata, per accontentare gusti e palati differenti. Così ci sono diversi liquori, grappe, sciroppi, succhi di frutta e di verdura ma anche cioccolatini, come i Bicerinelli, un Bicerin da mangiare, prodotti da un'azienda torinese, la Bergamini.

Dieci anni fa la svolta che ha permesso alla Vincenzi di iniziare la conquista di mercati esteri, diffondere il brand oltre confine e aumentare il fatturato, che oggi si attesta sui 2,5 milioni. Durante una fiera a New York, il Fancy Food, Luca e Andrea Vincenzi incontrano i fratelli Fitzpatrick, due assicuratori che avevano venduto la propria società e deciso di aprirne un'altra per importare alcolici negli Usa. I due fratelli si innamorano del Bicerin, una stretta di mano sancisce l'accordo. Due camion con l'insegna del Bicerin girano per New York, poi è la volta del Connecticut. Arrivano i primi premi a testimonianza della qualità del prodotto, la citazione del NY Times in un articolo che parla delle Olimpiadi invernali di Torino accresce la conoscenza dell'azienda. Un'altra svolta arriva nel 2012, quando inizia la produzione Kosher per gli ebrei, una delle poche aziende di liquori a farlo. Che cosa vuol dire?

"E' un procedimento complicato e costoso – spiega Andrea Vincenzi – bisogna sanificare le vasche con il vapore, gli ingredienti devono essere certificati da un rabbino". Ma funziona, il fatturato raddoppia in breve tempo, si conquistano nuovi stati nord-americani e Israele, si rafforzano le posizioni in Gran Bretagna, Francia e Belgio.

L'espansione all'estero non guarda soltanto agli Usa, anzi. Oggi Vincenzi è presente in una quarantina di paesi, Cina e Taiwan rappresentano un terzo del fatturato estero e in questi paesi Vincenzi vende analcolici e succhi di frutta, le bevande alcoliche non hanno grande mercato. Ce l'hanno invece a Panama e Costarica, che curiosamente insieme fanno il 20% del fatturato estero.

Oggi il mercato principale della Vincenzi è ancora l'Italia, che costituisce il 70% del fatturato. Ma le esportazioni sono in aumento: "Entro il 2016 – dice Andrea Vincenzi – conteranno per il 40% della nostra produzione, anche grazie alla diffusione di nuovi prodotti come i succhi bio e quelli di verdura e l'espansione in tre grandi nuovi mercati orientali, le Filippine, la Malesia e Taipei".

In Italia invece proseguiranno le collaborazioni con Lurisia e Eataly e ne nasceranno forse di nuove con chef stellati, come è avvenuto in passato con Gualtiero Marchesi, Fausto Carrara e Gianluca Branca.

Ma Luca e Andrea avranno un'altra importante incombenza nei prossimi anni: assicurare il ricambio generazionale per poter garantire la prosecuzione dell'attività nelle mani di famiglia. C'è tempo, ma la quinta generazione è un imperativo.